CulatelloMania

Fontanellato, dove stanno tutti bene


A ogni ora del giorno il circolo Arci la Ghiacciaia è popolato di un’umanità varia. Dentro l’ampia sala bar vegliata da una proletaria riproduzione del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo si intravedono anziani con giaccone e cappello che giocano a scopa, ragazzi che bevono una malvasia con Campari, ma anche bambini con il gelato, signore con un bicchiere di spritz e gente seduta che con calma e attenzione legge la Gazzetta, quella di Parma. Fuori, in piedi sotto la tettoia d’alluminio, si fuma, si ride, si discute di calcio e politica come in un qualsiasi bar di paese italiano. Eppure a differenza della quasi totalità dei paesi della provincia italiana nei bar di Fontanellato se domandi «come si sta qui?» tutti, ma proprio tutti, rispondono: «Bene, a Fontanellato si vive bene». Dove quel generico bene è da intendersi letterale: proprio bene. Bene perché se si vuol lavorare un lavoro si trova; bene perché c’è sempre qualcosa da fare; bene perché è un posto tranquillo; bene perché si va ovunque in bicicletta. Ma sottintende anche “bene perché è oggettivamente bello”, quasi una quintessenza del borgo italiano ideale: con il centro storico raccolto e curato, la campagna liscia come un tavolo da biliardo e punteggiata di casolari tutto intorno. Così bene da essersi meritato la Bandiera arancione Touring fin dal 2005.

Questa impressione di benessere diffuso la coglie anche chi viene a Fontanellato per poche ore o per un intero fine settimana. «Il turista ha sempre qualcosa da fare – assicura il giovane sindaco, Francesco Trivelloni dal suo luminoso ufficio in una delle sale della maestosa Rocca Sanvitale –. Perché anche se siamo piccoli organizziamo un ricco calendario di eventi che copre tutto l’anno». E in effetti, specie nel weekend, a Fontanellato c’è davvero sempre qualcosa da fare. «Nel viale fuori le mura ogni domenica c’è il mercato, mentre qui intorno alla rocca si alternano il mercatino del biologico e quello dell’antiquariato, appuntamenti che richiamano migliaia di persone» prosegue. Durante la bella stagione il cartellone cittadino prevede diversi appuntamenti come Stupire!, un festival dedicato alla magia; Fontanincanto – per gli artisti di strada – o il più corposo Castle Street Food festival, il cui il cuore sono i camioncini del cibo di strada.

Quale che sia l’evento, l’epicentro di tutto è sempre l’imponente Rocca Sanvitale, simbolo cittadino che esemplifica la storia di Fontanellato e del suo contado. Perché le vicende del paese sono legate a doppio filo con la nobile famiglia dei Sanvitale, arrivati nel Parmense nel XII secolo e divenuti conti e proprietari di tutta la zona nel 1366. A loro si deve l’antica ricchezza e l’artistica bellezza del centro storico. Un abitato raccolto, che si sviluppa intorno a quel grande fossato ancora invaso dalle acque. Un borgo di mattoni e portici, che è riuscito a mantenere una invidiabile coerenza architettonica senza quegli stravolgimenti posteriori – specie dei tremendi anni Settanta e Ottanta – che spesso imbastardiscono l’antica armonia dei Comuni italiani. Inserita nel circuito dei Castelli del Ducato di Parma, Piacenza e Pontremoli, la Rocca costituisce il gioiello artistico della cittadina. «Lo scorso anno ha attirato oltre 55mila visitatori – racconta con orgoglio Chiara Mulattieri, direttrice del museo –. Il pezzo forte è la saletta dipinta dal Parmigianino nel 1524. È il primo lavoro dell’artista parmense, dipinta quando aveva solo 20 anni». Si tratta di una piccola sala affrescata rimasta chiusa per oltre 150 anni, dedicata al mito di Diana e realizzata con un notevole studio dei particolari, al punto che i cani dipinti sulle pareti sembrano quasi tridimensionali. Assai curiosa e interessante è anche l’ottocentesca camera ottica che si trova nel torrione esterno: l’unica in funzione in Italia, dove grazie a un sistema di specchi si riflette su uno schermo quel che avviene nella piazza antistante. Ma i 53 signori della dinastia Sanvitale che in sei secoli si sono succeduti nella guida di Fontanellato hanno lasciato un profondo segno non solo sull’architettura del paese, ma anche sulla vita degli abitanti. «Negli ultimi secoli del loro regno i Sanvitale avevano un’impronta molto sociale nel loro modo di gestire il contado. Già a inizio Ottocento costruirono scuole popolari per i figli dei contadini, oltre a un ospedale e altre strutture pensate per migliorare il livello di vita degli abitanti della zona» racconta Flaminia Tortelli, assessore al commercio.

Piace pensare che qualcosa di questo spirito di servizio verso la comunità sia davvero rimasto attaccato alla terra e alla gente. Perché sarebbe un bel modo, quasi romantico, per giustificare il grande spirito associativo dei fontanellatesi. Non si spiegherebbero altrimenti le 51 associazioni culturali e sociali che hanno sede in paese, cui se ne aggiungono un’altra dozzina tra parrocchiali e sportive, per un invidiabile totale di ben oltre un migliaio di cittadini coinvolti su settemila abitanti. Così tanti, e così importanti per la vita del Paese, che in Comune hanno istituito anche un assessorato all’associazionismo. Si tratta di un convinto prendersi cura del bene comune che da oltre 30 anni ha un appuntamento fisso la domenica mattina: la domenica della torta fritta. Ovvero la raccolta fondi attraverso la vendita di quello che altrove in Emilia chiamano anche gnocco fritto che ben si sposa con salumi o stracchino. «Da oltre trent’anni abbiamo questa tradizione del “baracchino” dove i membri delle associazioni si mettono a friggere la pasta di pane, e con il ricavato sostengono le loro attività» spiega l’assessore Zambrelli. Il baracchino – da quest’anno è una struttura pubblica realizzata dal Comune – si trova nella grande piazza antistante il santuario della Beata Vergine del Santo Rosario, che per decenni ha rappresentato la vera attrazione turistica di Fontanellato. Il santuario fu costruito a partire dal 1512, ovviamente grazie a un Sanvitale. In quell’anno Veronica da Correggio, vedova di Giacomo Antonio Sanvitale, decise di dar vita a un convento di Domenicani, che un secolo dopo commissionarono a un’artista locale una statua della Madonna del Rosario. Statua che presto acquistò fama di essere miracolosa facendo la fortuna – religiosa – della chiesa. «Abbiamo una dimensione regionale, chi viene arriva per pura devozione, perché non c’è un miracolo di fondazione, né una dimensione artistica particolare nel nostro santuario» racconta padre Riccardo, priore del convento. Ciononostante il flusso dei pellegrini è costante, come testimonia la grande sala tappezzata di ex voto di ogni sorta. «Ma rimaniamo una piccola oasi tranquilla, chi viene arriva per pregare in santuario e magari fare una gita in paese, per vedere la Rocca e poi fermarsi a mangiare qualcosa» aggiunge padre Riccardo.
Già, per mangiar qualcosa, perché ovviamente Fontanellato non potrebbe essere un rispettabile bel paese della bassa parmense se non eccellesse nella gastronomia e non avesse anche un suo salume peculiare. Si chiama culaccia ed è stato inventato, è il caso di dirlo, nel salumificio Rossi, sulla via Emilia. «Mio padre negli anni Settanta prese a fare questo taglio di salumeria diverso, e decise di brevettarlo» spiega Bruno Rossi, che rappresenta la terza generazione alla guida del salumificio più antico della zona, che in Emilia non è poco. «Non poté farlo e allora si limitò a registrare il marchio. All’ufficio gli chiesero: “Come lo chiama lei in dialetto?” “Culasciona”», con tutte le “a” allungate» racconta. Ma siccome suonava un po’ equivoco decisero per Culaccia: la Culaccia di Fontanellato. Così nacque un prodotto che è morbido come il prosciutto e dolce come un culatello. «Si tratta di un culatello con cotenna, stagionato naturalmente in cantine molto umide ma ventilate. Sfruttano l’ambiente naturale del nostro paese che non è né Po, né Appennino» prosegue Rossi. La disossatura si fa ancora manualmente, l’asciugatura a caldo, mentre tutto il processo di produzione dura circa 15 mesi: i tempi giusti della campagna.

E in campagna, non distante dal regno della culaccia della famiglia Rossi, si trova anche un altro motivo di orgoglio di Fontanellato: il Labirinto della Masone, il labirinto più grande del mondo composto interamente di piante di bambù, oltre duecentomila, alte tra i 30 centimetri e i 15 metri. Una vera cattedrale vegetale che, ora che è tutto cresciuto, avvolge fisicamente il visitatore che si addentra nei vialetti. Aperto al pubblico nel giugno 2015, il labirinto costituisce il sogno confessato di Franco Maria Ricci, l’editore – originario del paese – che negli anni Settanta ha rivoluzionato il mondo dell’editoria d’arte. Un sogno che Ricci coltivava da trent’anni, da quando ospitava Jorge Luis Borges, illustre collaboratore della casa editrice. L’editore voleva un labirinto che non fosse una prigione come quella di Minosse «ma un equivalente addolcito, che fosse anche un giardino dove la gente potesse passeggiare, smarrendosi di tanti in tanto, ma senza pericolo». Un modo per restituire alla pianura Padana e al parmense una parte di quel che gli ha donato. E l’ha fatto: con il labirinto, ma anche con un ricco, inaspettato museo che racconta l’intera collezione di opere d’arte che Franco Maria Ricci ha raccolto in cinquant’anni di collezionismo eclettico e illuminato. Un museo estroso e ben pensato, dove si possono vedere opere di Ligabue, e di Hayez, di Wildt e di Savinio, ma anche manieristi e artisti legati agli anni d’oro del ducato di Parma, una collezione di busti in marmo e una sala dedicata alle tavole che compongono il visionario Codex Seraphinianus di Luigi Serafini, che proprio Ricci pubblicò integralmente in due volumi nel 1981.

Museo e labirinto costituiscono l’ultimo grande tassello – almeno in ordine cronologico – dell’offerta culturale e turistica di Fontanellato. Offerta che può vantare anche un piccolo ma attivo teatro: una struttura minuta costruita nel 1866. Dall’esterno quasi non lo noti e invece all’interno è un piccolo, ordinato gioiello da 186 posti tra platea e due ordini di palchi e balaustre. Architettura a parte, a colpire è il cartellone, da nove anni gestito da una associazione teatrale di Parma, Cardiogramma, che allestisce un ricco calendario attento alle compagnie giovani e al teatro di impronta sociale, ma dove la domenica pomeriggio – dopo il rito della torta fritta – vanno in scena spettacoli per più piccoli. Un ulteriore motivo per cui in tanti scelgono Fontanellato per vivere. Come ha fatto tra gli altri Maria Iannacci, molisana, che dopo aver valutato diversi paesi e città in Emilia ha scelto proprio Fontanellato. «Qui il quotidiano è meraviglioso, la tranquillità del vivere ti permette di uscire in bici per andar a fare tutto, dalla spesa alla scuola. Ma anche la comodità di arrivare, volendo, ovunque in poco tempo, perché Parma è vicina e Milano non è lontana. Ma soprattutto tutto è pervaso da una dimensione umana che permette di riconoscersi parte di una comunità attiva e presente e questo è oggettivamente impagabile». Devono aver pensato la stessa cosa anche gli otto gufi appisolati sui rami un grande albero a un passo da piazza della Rocca, ma anche i fagiani che si trovano nei campi verso la Via Emilia, o i camosci che si intravedono al mattino tra le nebbie in dissoluzione. Si potesse chiedere anche a loro come si sta a Fontanellato di sicuro risponderebbero bene, proprio bene.

Touring Club Italiano / Maggio 2019

Dieci anni di Culatelleria®


In Emilia Romagna, regione storicamente votata all’allevamento dei maiali, dove la macellazione di questo animale era un rito trai più importanti dell’inverno, celebrato con feste e danze, coinvolgendo tutti i membri della famiglia, vicini di casa compresi, in fatto di salumi non ci facciamo mancare proprio niente. Cresciuti sin da bambini a pane e salame, prosciutto crudo o mortadella, orgogliosamente incuranti delle lusinghe delle merendine industriali o delle famose creme alla nocciola piemontesi, noi emiliani abbiamo dalla nostra pane Il fatto di poter contare su alcuni degli insaccati e prodotti di norcineria migliori al mondo. Dove quindi, se non qui, poteva nascere, esattamente dieci anni fa la prima Culatelleria® d'Italia? Si trova a Sanguinaro di Fontanellato, in provincia di Parma, all'interno del Salumificio Rossi, gli inventori della Culaccia® per intenderci, la cui tradizione nella produzione di salumi risale al 1800.

Premiata Salumeria Italiana - 06/2016

Il culatello con la cotenna.


Rossi, "Culaccia" dei record.
A loro si deve l'invenzione della "Culaccia", marchio di fantasia che rappresenta il culatello con la sua cotenna. La quinta generazione del Salumificio Rossi - Ca' di Parma, con sede a Sanguinaro di Fontanellato, prosegue sulla scia di una tradizione che affonda le proprie radici agli inizi dell'800. Un'azienda che pennette ai suoi clienti di assaporare la parte più pregiata del prosciutto. Lavorata e stagionata in modo naturale, con la stessa passione di sempre.

Gazzetta di Parma - 9 maggio 2014

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